{"id":51596,"date":"2023-02-09T10:19:12","date_gmt":"2023-02-09T09:19:12","guid":{"rendered":"https:\/\/www-ilmercoledi-news-*.sitenm.com\/?p=51596"},"modified":"2026-06-17T18:41:56","modified_gmt":"2026-06-17T16:41:56","slug":"luogo-ricco-di-eccellenze-ma-ancora-poco-conosciuto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/2023\/02\/09\/luogo-ricco-di-eccellenze-ma-ancora-poco-conosciuto\/","title":{"rendered":"Luogo ricco di eccellenze ma ancora poco conosciuto"},"content":{"rendered":"<p><strong>\u25ba Il ciclo dell\u2019acqua nel Pianalto: l\u2019importante ruolo delle peschiere (17\/04\/2024)<\/strong><\/p>\n<p>Importante elemento di sviluppo del Pianalto \u00e8 l\u2019utilizzo razionale della risorsa idrica.<\/p>\n<p>Nel Bacino della Banna &#8211; il pi\u00f9 grande in sponda destra del Po &#8211; la gestione del ciclo integrato dell\u2019acqua nel corso dei millenni e nell\u2019Ottocento ha creato le condizioni per dare la prima forma a un distretto del cibo del Chierese-Carmagnolese che oggi \u00e8 tornato di attualit\u00e0. Perno della rete, oggi come allora, \u00e8 il fiume Banna, insieme al suo parallelo Tepice. La Banna scorre da Buttigliera d\u2019Asti, Villanova, Poirino, Santena, Cambiano, Trofarello, Moncalieri fino al Po. Lungo il suo percorso raccoglie le acque che cadono per precipitazioni nel grande ventaglio delle colline del Monferrato e del Roero che corre dal Rio Sauglio alla Gora del Mulino Nuovo di Carmagnola. Queste acque servivano per irrigare i campi coltivati a ortaggi, canapa, foraggio, granaglie e legume, le piantagioni di pioppi, gelsi, alberi da frutta e salici e per abbeverare il bestiame. Nel bacino idrografico della Banna numerosi erano i mulini tra Carmagnola, Villastellone, Poirino, Chieri, Santena, Cambiano e Trofarello. Oltre a macinare mais, grano, segale, l\u2019acqua serviva come forza motrice per il tessile, la meccanica, la siderurgia, il cartario, la conceria delle pelli, la pesta della canapa, la metallurgia, la molitura, la lavorazione del legno e del ferro, il trasporto di merci. Un reticolo impressionante, faticosamente costruito nei secoli. Efficiente ancora oggi sebbene bisognoso di manutenzione ed investimenti.<\/p>\n<p>Acqua, da queste parti, ha sempre significato benessere e lavoro e perci\u00f2 era raccolta, conservata e convogliata con mille attenzioni e accorgimenti. Grondaie, scoli, canaletti, fossi finivano in cisterne e pozzi per il consumo famigliare. Il resto era raccolto in peschiere e invasi naturali o artificiali che servivano durante i periodi di siccit\u00e0. L\u2019acqua, scaldata sul fuoco, era usata da pi\u00f9 membri della famiglia per lavarsi e la stessa mezza botte serviva anche per fare il bucato con la cenere e poi per il risciacquo col sapone. L\u2019acqua era rispettata e mai sprecata. Il ciclo integrato iniziava dalla pioggia e finiva col versamento dell\u2019acqua sporca nei solchi dell\u2019orto. La pi\u00f9 fetida finiva nell\u2019angolo del cortile dove la letamaia costituiva un importante elemento per la vita delle famiglie. Nelle letamaie, oltre agli scarti alimentari, finivano le urine e le feci degli animali e delle persone. La neve aveva un valore aggiunto perch\u00e9 il freddo prodotto dal ghiaccio, lavorato nelle ghiacciaie, era impiegato nella conservazione alimentare e nel lenire le febbri. Persone e animali, nel corso dei secoli, si erano integrati nell\u2019ambiente dando vita a un sistema che \u00e8 durato fino a met\u00e0 del Novecento. Certo non erano tutte rose e fiori, anzi. L\u2019acqua era molto pericolosa. Trasportava malattie e morte, causate dalle condizioni igieniche e da carestie portate da siccit\u00e0 e da alluvioni. Le febbri tifoidee erano tra le principali cause di morte. Colpa della vicinanza dei pozzi alle letamaie. La malaria con i suoi eccessi di febbre uccideva chi lavorava in zone di acqua stagnante. Il ciclo integrato dell\u2019acqua \u00e8 alla base del SIC IT1110051 \u201cPeschiere e Laghi di Pralormo\u201d, Sito di Importanza Comunitaria inserito nell\u2019elenco dei siti appartenenti alla Regione Biogeografica Continentale, approvati ed adottati con Decisione della Commissione 2004\/69\/CE del 22 dicembre 2003, sostituita dalla pi\u00f9 recente Decisione di esecuzione (Ue) 2018\/43 della Commissione del 12 dicembre 2017 che adotta l\u2019undicesimo aggiornamento dell\u2019elenco dei siti di importanza comunitaria per la regione biogeografica continentale. Il sito \u00e8 stato istituito per mantenere lo straordinario patrimonio di stagni e peschiere che rivestono un notevole interesse per la conservazione di tutte specie legate agli ambienti acquatici, in primis di alcune specie floristiche rare e per gli anfibi inseriti negli allegati della Direttiva Habitat, ma anche per i ricchi popolamenti di Odonati (libellule) e di altri invertebrati acquatici. Ne consegue che la conservazione degli stagni, il ripristino di quelli in cattivo stato di conservazione e la realizzazione di nuovi invasi gestiti a favore della biodiversit\u00e0, \u00e8 la prima finalit\u00e0 gestionale per il Sito, in quanto habitat riproduttivi obbligati delle specie di interesse.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba I segreti del topinambur (ciapinab\u00f2): un tubero dimenticato ma utilissimo (24\/01\/2024)<\/strong><\/p>\n<p>Parlano del topinambur come un tubero ormai dimenticato: se poche persone lo conoscono come alimento, sono ancor meno quelle che gli attribuiscono una certa importanza fitoterapica.<\/p>\n<p>Il topinambur \u00e8 una pianta perenne erbacea originaria del Nord America (Canada in particolare), abbastanza apprezzata anche in Italia per l\u2019alimentazione umana e, soprattutto, per il bestiame. A colpo d\u2019occhio, il topinambur pu\u00f2 essere scambiato per una patata pi\u00f9 globosa e dura: le differenze con il tubero per antonomasia non finiscono qui. Infatti, il topinambur \u00e8 meno nutritivo rispetto alla patata, oltre a contenere una quantit\u00e0 importante di inulina, a scapito dell\u2019amido. E\u2019 quindi particolarmente indicato in sostituzione della sua parente stretta nei men\u00f9 dei diabetici.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 questo strano nome?<\/p>\n<p>Secondo la nomenclatura di Linneo, il topinambur \u00e8 Helianthus tuberosus; volgarmente, viene chiamato anche tartufo di canna (per l\u2019affinit\u00e0 di forma), patata del Canada, carciofo di Gerusalemme (per l\u2019affinit\u00e0 di gusto) o, ancora, rapa tedesca (malgrado non abbia nulla a che vedere con le rape di qualsivoglia nazionalit\u00e0. Il nome scientifico bizzarro e singolare richiama un particolare comportamento del fiore di topinambur: il genere (Helianthus) rimanda a \u201csole\u201d (helios, in greco), e \u201cfiore\u201d (anthos nella lingua greca). L\u2019accostamento delle parole si riferisce alla propensione dei fiori a protendersi verso il sole (eliotropismo).<\/p>\n<p>Il topinambur appartiene alla famiglia delle Compositae Tubuliflorae: \u00e8 una pianta erbacea perenne il cui fusto pu\u00f2 raggiungere i 2 o 3 metri d\u2019altezza e, nella parte apicale, si presenta ispido. Le foglie sono sia alterne che opposte: nella parte pi\u00f9 bassa del fusto sono in genere alterne, mentre quelle opposte si riscontrano nella parte sovrastante; ancora, le foglie, molto acuminate ed appuntite, presentano margine seghettato e superficie ruvida di color verde scuro, rigato da marcate nervature. I fiori gialli, similmente ai girasoli, si rivolgono al sole, seguendone il cammino con i capolini: non a caso, i fiori di topinambur vengono spesso scambiati, appunto, per girasoli.<\/p>\n<p>Il topinambur viene coltivato per la radice tuberizzata (le radici sono molto ramificate e sono provviste di rizomi tuberiferi): essa \u00e8 globulosa, presenta una forma tozza ed \u00e8 avvolta da una pellicola piuttosto rigida e chiara. La pianta di topinambur \u00e8 molto rustica e si adatta a tutti i climi, nonostante prediliga quelli temperati-caldi. I topinambur sono costituiti da una buona quantit\u00e0 di acqua (80%), 15-20% di glucidi (tra cui fruttosio, capace di non gravare sull\u2019attivit\u00e0 pancreatica), 2% di vitamina A e tracce di vitamine del gruppo B, Sali minerali (ferro, potassio, silicio, fosforo, magnesio) e aminoacidi quali asparagina ed arginina sono inoltre fonte di vitamina H (biotina) importantissima nella prevenzione di stanchezza fisica, dolori muscolari ed inappetenza.<\/p>\n<p>Come cucinare il topinambur?<\/p>\n<p>Il topinambur viene generalmente preparato secondo le medesime modalit\u00e0 delle patate: pu\u00f2 essere bollito in abbondante acqua salata o, ancor meglio, cotto a vapore, prestandosi cos\u00ec alla preparazione di gustosi &#8211; e nel contempo semplici &#8211; contorni; in alternativa, pu\u00f2 essere anche cucinato in padella o fritto. Dopo la cottura, sia questa in acqua, in padella, in forno o nell\u2019olio, il sapore del topinambur risulta delicato e dolciastro. Tra le ricette pi\u00f9 famose a base di topinambur ricordiamo: il risotto al topinambur e il flan di topinambur.<\/p>\n<p>E\u2019 un ortaggio che nelle nostre zone e\u2019 particolarmente presente nell\u2019area di Carignano che ogni anno gli dedica una sagra (inizio di ottobre) dove lo si pu\u00f2 degustare cucinato secondo varie ricette. Le sagre degli anni 2022 e 2023 sono state particolarmente attrattive ed in molti si sono fermati a degustare negli stand le pietanze a base di questo ortaggio. Sebbene infatti la sua piena stagione sia ottobre lo si degusta bene anche nei successivi mesi invernali.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba\u00a0Deposito nazionale di scorie nucleari. Cosa occorre sapere? Dove si far\u00e0? (10\/01\/2024)<\/strong><\/p>\n<p>Il Ministero dell\u2019Ambiente e della Sicurezza Energetica ha pubblicato l\u2019elenco delle aree nella proposta di Carta nazionale delle aree idonee (Cnai), che individua le zone dove realizzare in Italia il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi e il Parco tecnologico, al fine di stoccare in via definitiva i rifiuti radioattivi di bassa e media attivit\u00e0. La Carta \u00e8 stata elaborata dalla Sogin sulla base delle osservazioni emerse a seguito della consultazione pubblica e del Seminario nazionale condotti dopo la pubblicazione della Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee (Cnapi), e approvata dall\u2019Ispettorato nazionale per la Sicurezza Nucleare e la Radioprotezione (Isin). La Cnai individua 51 zone i cui requisiti sono stati giudicati in linea con i parametri previsti dalla Guida tecnica Isin, che recepisce le normative internazionali per questo tipo di strutture.<\/p>\n<p>Gli enti territoriali le cui aree non sono presenti nella proposta di Cnai, nonch\u00e9 il Ministero della difesa per le strutture militari interessate, possono, entro trenta giorni dalla pubblicazione della Carta, presentare la propria autocandidatura a ospitare il Deposito nazionale e il Parco tecnologico e chiedere a Mase e Sogin di avviare una rivalutazione del territorio stesso.<\/p>\n<p>I 51 siti sono raggruppati in 5 zone ben precisi e sono distribuiti su 6 regioni: Piemonte (5 siti), in provincia di Alessandria, nei comuni di Bosco Marengo, Novi Ligure, Alessandria, Oviglio, Quargnento, Castelnuovo Bormida, Sezzadio, Fubine Monferrato. E\u2019 stata invece definitivamente scartata Carmagnola; Lazio (21 siti idonei), nel viterbese, nei comuni di Montalto di Castro, Canino, Cellere, Ischia di Castro, Soriano nel Cimino, Vasanello, Vignanello, Corchiano, Gallese, Tarquinia, Tuscania, Arlena di Castro, Piansano, Tessennano; Sardegna (8 siti), fra le province di Oristano e di Sud Sardegna, a Albagiara, Assolo, Usellus, Mandas, Siurgius Donigala, Segariu, Villamar, Setzu, Tuili, Turri, Ussaramanna, Nurri, Ortacesus, Guasila; fra Puglia e Basilicata 15 siti: in provincia di Matera (Montalbano Jonico, Matera, Bernalda, Montescaglioso, Irsina) e i comuni di Altamura, Laterza e Gravina, con una appendice nel Potentino, a Genzano di Lucania; Sicilia (2 siti idonei) nel trapanese, con aree idonee a Calatafimi, Segesta e Trapani.<\/p>\n<p>Perch\u00e9 \u00e8 necessario un deposito nazionale. L\u2019Unione Europea (articolo 4 della Direttiva 2011\/70) prevede che la sistemazione definitiva dei rifiuti radioattivi avvenga nello Stato membro in cui sono stati generati. La maggior parte dei Paesi si \u00e8 dotata o si sta dotando di depositi per mettere in sicurezza i propri rifiuti a molto bassa e bassa attivit\u00e0. Per sistemare definitivamente i rifiuti a media e alta attivit\u00e0, alcuni Paesi, tra cui l\u2019Italia, hanno la possibilit\u00e0 di studiare la localizzazione di un deposito profondo (geologico) comune in Europa allo scopo di fruire dei potenziali vantaggi di una soluzione ottimizzata in termini di quantit\u00e0 di rifiuti, costi e tempi di realizzazione.<\/p>\n<p>Il Deposito nazionale \u00e8 necessario per smaltire i rifiuti radioattivi a bassa e bassissima attivit\u00e0, attualmente stoccati in depositi temporanei nei siti degli impianti nucleari disattivati, dove Sogin sta portando avanti mantenimento in sicurezza e decommissioning. Al Deposito nazionale confluiranno anche i rifiuti attualmente stoccati in depositi temporanei non gestiti da Sogin, che provengono da fonte non energetica, ossia quelli derivanti dalla ricerca, dall\u2019industria e dalla medicina nucleare, che continuano inevitabilmente ad essere prodotti anche in Italia.<\/p>\n<p>La maggior parte dei rifiuti radioattivi in Italia \u00e8 costituita da rifiuti a basa o bassissima radioattivit\u00e0.<\/p>\n<p>In Piemonte sono stati individuati i 5 siti nell\u2019alessandrino&#8230; Trino vercellese \u00e8 l\u2019unico Comune autocandidatosi ad accogliere il sito nazionale che consentirebbe la messa in sicurezza definitiva dei rifiuti che ancora residuano dalla ex-centrale nucleare.. La localizzazione del sito unico sar\u00e0 decisa nei prossimi mesi. Carmagnola ha scampato il pericolo&#8230; continueremo ad occuparcene&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba \u00abNun c\u2019\u00e8 trippa pe\u2019 li gatti\u00bb, l\u2019origine di un alimento \u00abda leccarsi i baffi\u00bb (22\/11\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Il famoso detto romano nun c\u2019\u00e8 trippa pe\u2019 li gatti \u00e8 stato coniato verso i primi del \u2019900 dal primo cittadino di Roma dell\u2019epoca Ernesto Nathan, allorch\u00e9 si accingeva a rivedere alcune spese \u201csuperflue\u201d del bilancio delle spese di Roma.<\/p>\n<p>Una voce tra tante lo colp\u00ec: \u201cspesa per il mantenimento di una colonia di felini randagi\u201d e venne da allora cancellata dai bilanci comunali\u2026 da allora il detto nun c\u2019\u00e8 trippa pe\u2019 li gatti appunto.<\/p>\n<p>A Milano la busecca, come viene chiamata in milanese, \u00e8 considerata talmente emblematica che l\u2019epiteto busecconi cio\u00e8 \u201cmangia-trippa\u201d \u00e8 divenuto una denominazione scherzosa dei milanesi stessi.<\/p>\n<p>Il termine trippa (di etimologia incerta forse dal francese e dall\u2019inglese tripe a sua volta di origine celtica tripa correlato con il gaelico tarp \u201cmucchio, cumulo\u201d, indica una frattaglia usata in gastronomia e ricavata da diverse parti dei prestomaci del bovino e non, come molti credono, dall\u2019intestino.<\/p>\n<p>Nei bovini adulti, lo stomaco \u00e8 composto da quattro cavit\u00e0 distinte ovvero tre prestomaci di origine esofagea pi\u00f9 uno stomaco ghiandolare simile come funzionalit\u00e0 al nostro: il rumine, (la parte pi\u00f9 spessa e grassa della trippa), il reticolo, l\u2019omaso, l\u2019abomaso e il duodeno. Quest\u2019ultimo \u00e8 il taglio tradizionale della trippa di Moncalieri.<\/p>\n<p>La trippa \u00e8 un alimento conosciuto e consumato da lungo tempo: i greci la cucinavano infatti sulla brace mentre i romani la utilizzavano per preparare salsicce. Oggi la trippa costituisce un alimento tradizionale di molte regioni d\u2019Italia, in particolare della cucina povera veneta, romana, toscana, genovese e milanese, e viene consumata tagliata a strisce e preparata in maniere diverse. Per lo pi\u00f9 la trippa viene venduta gi\u00e0 lavata e parzialmente cotta, e richiede poi ulteriore tempo di cottura sia per acquistare la giusta morbidezza sia per potersi impregnare degli aromi che le conferiscono un sapore appetitoso; pu\u00f2 anche essere consumata condita con olio, sale, pepe e limone senza ulteriore cottura.<\/p>\n<p>I piatti tipici della tradizione gastronomica italiana a base di trippa sono: Trippa alla genovese &#8211; in umido con fagiolame o patate, in brodo (Sb\u00efra che era l\u2019antico ultimo pasto dei condannati a morte della Repubblica di Genova), cruda in insalata, olio sale pepe e limone, con sugo e pinoli, e molte altre ricette.Trippa alla piacentina (e alla milanese) (b\u00fc\u015becca) &#8211; in umido con salsa di pomodoro e fagioli bianchi di Spagna. Trippa di Moncalieri \u2013 trippa pressata a forma cilindrica, della gastronomia piemontese. Trippa alla fiorentina \u2013 al tegame e accompagnata da salsa di pomodori e parmigiano. Lampredotto \u2013 Il popolare lampredotto che viene usato dai trippai fiorentini per preparare il tradizionale panino con salsa verde. Trippa alla romana \u2013 con salsa di pomodori, menta romana e pecorino. Morzeddhu catanzarisa (Morzello di Catanzaro) \u2013 antichissima pietanza tipica con trippa e frattaglie lungamente consumate nel sugo di pomodoro, peperoncino e altri odori e mangiata nella pitta catanzarisa, caratteristico pane a forma di ciambella. Trippa alla romagnola: in Romagna la trippa viene stufata con soffritto di aglio, cipolla e prezzemolo, conserva di pomodoro e vino bianco e fortemente aromatizzata con scorza di limone, cannella e chiodi di garofano e, infine, spolverata di parmigiano grattugiato nel piatto.Zuppa marescialla &#8211; piatto tipico della tradizione povera napoletana, con varie frattaglie (pancia, bonetto, mille pieghe o centopelli, franciata). Anche altri paesi europei consumano la trippa cucinata in modi diversi:<\/p>\n<p>Valori nutrizionali. Contrariamente a quanto si crede la trippa non ha elevato valore nutrizionale rispetto alle altre parti di carne bovina. Tuttavia la sua digeribilit\u00e0 \u00e8 pi\u00f9 faticosa a causa dell\u2019abbondanza di tessuto connettivo elastico, il che la rende sconsigliabile per i giovani soggetti che sono ancora nella prima infanzia. L\u2019elevato contenuto in colesterolo la rende inoltre controindicata agli ipercolesterolemici. Pu\u00f2 essere consumata, moderatamente, anche da chi soffre di uricemia o gotta in quanto l\u2019elevata presenza di purine (molto controindicate nelle patologie appena citate) \u00e8 limitata alla trippa prima della cottura. I valori nutrizionali, per ogni 100 grammi di parte edibile, sono espressi nella seguente tabella. 100 grammi di prodotto finito (una porzione non abbondante contengono 108 chilocalorie):<\/p>\n<p>Concludendo: a meno che non ci siano patologie legate al metabolismo dei grassi, se piace, non c\u2019\u00e8 alcun motivo per non mangiarla\u2026 \u00e8 cos\u00ec buona&#8230;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba L\u2019acqua del bacino del Banna, fonte di vita ma anche di lavoro e benessere (19\/7\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>La fortuna del Pianalto nell\u2019Ottocento dipese dall\u2019emersione di nuove categorie sociali portatrici di idee e interessi tra le quali i proprietari terrieri, appartenenti a una nobilt\u00e0 proiettata verso gli investimenti e l\u2019innovazione.<\/p>\n<p>I nuovi attori sociali erano pertanto medi possidenti interessati ad incrementare la produttivit\u00e0 delle loro terre, nonch\u00e9 piccoli proprietari, artigiani, operai, professionisti e impiegati desiderosi di trovare, attraverso il lavoro, una collocazione nella societ\u00e0 e grandi avversatori delle rendite di posizione occupate dalla vecchia nobilt\u00e0, dal clero e dai militari.<\/p>\n<p>L\u2019ascesa delle categorie di cui sopra fu facilitata dalla presenza di acqua e dall\u2019uso razionale che ne fu fatto.<\/p>\n<p>Nel Bacino della Banna &#8211; il pi\u00f9 grande della provincia di Torino in sponda destra del Po &#8211; la gestione del ciclo integrato dell\u2019acqua nel corso dei millenni e nell\u2019Ottocento ha creato le condizioni per il realizzarsi del distretto del cibo del Chierese-Carmagnolese che oggi \u00e8 tornato centrale nella realt\u00e0 geografica del Pianalto ed economica del Distretto del cibo.<\/p>\n<p>Il perno della rete idrica di questi territori \u00e8 il fiume Banna che scorre da Buttigliera d\u2019Asti, a Villanova, Poirino, Santena, Cambiano, Trofarello, Moncalieri fino al Po, raccogliendo le acque piovane delle colline del Monferrato e del Roero dal rio Sauglio alla Gora del Mulino Nuovo di Carmagnola.<\/p>\n<p>Queste acque servivano per irrigare i campi coltivati a ortaggi, canapa, foraggio, granaglie e legumi e le piantagioni di pioppi, gelsi, alberi da frutta, salici e boschi nonch\u00e9 per abbeveraggio del bestiame.<\/p>\n<p>Nel bacino idrografico descritto erano molto rappresentati i mulini (tra Carmagnola, Villastellone, Poirino, Chieri, Santena, Cambiano e Trofarello) che, oltre a macinare mais, grano, segale, servivano come forza motrice per il tessile, la meccanica, la siderurgia, il cartario, la conceria delle pelli, la pesta della canapa, la metallurgia, la molitura, la lavorazione del legno e del ferro, il trasporto di merci. Un reticolo impressionante, faticosamente costruito nei secoli ed estremamente efficiente.<\/p>\n<p>L\u2019acqua in queste zone \u00e8 da sempre sinonimo di benessere, lavoro, pulizia.<\/p>\n<p>Essendo un bene collettivo e prezioso era raccolta, conservata e convogliata con grande accorgimento e perizia. Grondaie, canaletti, fossi finivano<\/p>\n<p>in cisterne e pozzi per il consumo famigliare, il resto era raccolto in peschiere e invasi naturali o artificiali.<\/p>\n<p>I nostri antenati, se ricchi, si servivano di brocche e bacili, riempiti dai servi per le loro abluzioni e la loro igiene personale. Gli altri, la maggior parte, usavano con parsimonia l\u2019acqua raccolta nei secchi o nelle mezze botti che servivano a tutta la famiglia per il \u201cbagno settimanale\u201d. La stessa mezza botte serviva solitamente anche per fare il bucato con la cenere ed i panni venivano poi passati col sapone e risciacquati.<\/p>\n<p>L\u2019acqua come il pane, non si sprecava. Buttarla via era grave come commettere un peccato.<\/p>\n<p>Il ciclo integrato iniziava dalla pioggia e finiva col versamento dell\u2019acqua sporca nei solchi dell\u2019orto.<\/p>\n<p>Le acque pi\u00f9 fetide finivano nell\u2019angolo del corti- le dove c\u2019era un\u2019importante zona di \u201cservizio\u201d per la vita delle famiglie: la letamaia.<\/p>\n<p>In tali strutture venivano raccolte, oltre agli scarti alimentari, le feci degli animali e delle persone.<\/p>\n<p>Ma il ciclo dell\u2019acqua proseguiva con la neve che, lavorata e raccolta nelle ghiacciaie, era usata come ghiaccio nella conservazione alimentare e come antipiretico.<\/p>\n<p>Certo molteplici erano gli inconvenienti: l\u2019acqua poteva diventare un veicolo di morte quando trasportando batteri e parassiti determinava il diffondersi di numerose malattie aggravate da condizioni igieniche precarie, siccit\u00e0, alluvioni, penuria di cibo.<\/p>\n<p>Le febbri tifoidee e le epatiti (che oggi sappiamo di Tipo A) erano tra le principali cause di morte, complici le infiltrazioni dalle letamaie le cui acque potevano percolare e avvelenare i pozzi.<\/p>\n<p>Oggi il ciclo integrato dell\u2019acqua \u00e8 gestito tramite i Contratti di Fiume. Il contratto di fiume del Ba- cino del Banna \u00e8 lo strumento con il quale si go- verna la disponibilit\u00e0, igiene, distribuzione della risorsa acqua. Il Distretto del Cibo, che grosso modo coincide con il territorio del contratto del fiume Banna \u00e8 lo strumento utile a sostenere le attivit\u00e0 delle aziende agricole e dell\u2019agroindustria di zona. Uno strumento che prestando attenzione al paesaggio, all\u2019ambiente, al cambiamento climatico, alla coltivazione di cibo fresco e sano, alla salute dei consumatori, fa coincidere un\u2019identit\u00e0 territoriale con un\u2019identit\u00e0 economica.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25baDistretto del Cibo spegne la prima candelina, adesso bisogna superare i campanilismi (28\/6\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Il Distretto del Cibo Chierese-Carmagnolese, che \u00e8 nato come strumento per la cura degli interessi delle aziende agricole e del settore agroalimentare del territo- rio, ha appena compiuto il primo anno di vita. E\u2019 nato dal basso: le prime ad organizzarsi sono state le aziende agricole nel febbraio<\/p>\n<p>2018. Nel 2021 ha riscosso l\u2019attenzione e l\u2019impegno dei Comuni, della Citt\u00e0 metropolitana, della Regione e di Enti e Associazioni territoriali che hanno riconosciuto come finalmente si avviasse un\u2019operazione che costituiva e costituisce un impor- tante atto politico.<\/p>\n<p>Le dimensioni territoriali entro cui il Distretto ope- ra sono pi\u00f9 ampie, pi\u00f9 funzionali e pi\u00f9 realistiche di quelle comunali.<\/p>\n<p>Sia perch\u00e9 le aree di alcuni prodotti agroalimentari travalicano i limiti zonali e provinciali, sia perch\u00e9 gli interessi e le dinamiche del settore agroalimentare spaziano dal livello zonale a livello globale e viceversa, sulla base di input costituiti da processi innovativi, logistici, produttivi, di mercato, di ricerca e sviluppo, di integrazione con altre attivit\u00e0.<\/p>\n<p>Le relazioni zonali sono l\u2019elemento di forza del Distretto del Cibo Chierese-Carmagnolese che si caratterizza per la biodiversit\u00e0 delle produzioni, le integrazioni aziendali e per le differenti attivit\u00e0 agricole che variano dalla coltivazione di cereali, legumi, ortaggi, frutta, uva, fieni, erbe officinali, vivaismo, allevamento di bestiame per carni, latte e latticini e di insetti per il miele.<\/p>\n<p>Una ricchezza basata sulla presenza di piccole aziende agricole forti nel garantire un alto livello di qualit\u00e0 ma deboli nel realizzare economie di scala nel lavoro, negli approvvigionamenti, nei volumi produttivi e nella commercializzazione.<\/p>\n<p>Il Distretto del cibo \u00e8 strategico per la produzione di cibi sani, genuini, freschi, che finiscono sulle tavole locali, su quelle torinesi e piemontesi e spesso fuori dal contesto regionale.<\/p>\n<p>Costituisce una realt\u00e0 paragonabile, con tutti i distinguo del caso, al Roero e alle Langhe la cui forza \u00e8 stata quella di unire gli intenti e di presentarsi come un unicum in termini di progetti, prospettive, accoglienza turistica, partecipazione a bandi di finanziamenti. In ultima analisi la forza dei nostri cugini blasonati \u00e8 stata quella di creare un brand.<\/p>\n<p>L\u2019iter potrebbe essere felicemente replicato anche qui individuando quali sono le caratteristiche del territorio e le caratteristiche dei prodotti e delle aziende per ricavare idee da tradurre in progetti a sostegno del necessario cambiamento.<\/p>\n<p>Occorre per\u00f2 superare campanilismi locali e zonali che limitano lo sviluppo sociale della comunit\u00e0.<\/p>\n<p>Un elemento di sviluppo sicuramente positivo \u00e8 stata la realizzazione dei PAT (Prodotti Agroalimentari Tradizionali) del Peperone di Carmagnola, dell\u2019Asparago Santenese, delle Ciliegie di Pecet- to, della Cipolla di Andezeno, del Porro, delle Carni, e del Coniglio Grigio di Carmagnola, del Ciapinab\u00f2 di Carignano, del DOP della Tinca poirinese, del Pomodoro Costoluto di Cambiano, della Patata di Villastellone, delle Amarene e del Pomodoro cuore di bue di Trofarello sostenuti da una orticoltura specializzata che lavora 12 mesi all\u2019anno come testimoniano le numerosissime sagre e fiere paesane che si coagulano e si organizzano intorno ai prodotti locali.<\/p>\n<p>Il futuro del Distretto del Cibo \u00e8 in bilico. Schiacciato tra l\u2019indispensabile rinnovamento generazionale delle risorse umane impegnate nelle aziende agricole, le piccole dimensioni aziendali, la necessit\u00e0 di raggiungere sostenibili economie di scala.<\/p>\n<p>L\u2019aumento delle dimensioni produttive da perseguire con l\u2019accorpamento dei terreni oppure con l\u2019associazionismo aziendale. Il rafforzamento della rete di stoccaggio, di trasformazione, di distribuzione, di commercializzazione. La zona oggi si distingue in tre aree con forti integrazioni fra di loro e con le zone limitrofe. Il Chierese con il Pia- nalto, il Nord Astigiano, il Chivassese, il Monferrato e il Torinese. Il Carmagnolese con il Pianalto, il Roero, il Braidese, il Saluzzese-Saviglianese, il Basso Pinerolese, il Carignanese e il Torinese. Il Pianalto con il Chierese, il Carmagnolese, il Monferrato, il Roero e il Torinese.<\/p>\n<p>Luned\u00ec 5 giugno, a Chieri, alla presenza di molti sindaci, amministratori, associazioni di produttori, sono state discusse alcune proposte per il lancio ed il rilancio del Distretto del Cibo. Come affermato da Pasquero, coordinatore Italia Viva del Chierese e Carmagnolese: \u201cIl Distretto del Cibo del Chierese-Carmagnolese \u00e8 un progetto di sviluppo, che ha unito un territorio di 25 Comuni e 145.000 residenti intorno al cibo e si trova ora di fronte ad un bivio: ritrovare e rafforzare i suoi principi ispiratori o rinunciarvi\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>\u25ba <strong>Ciliegie e amarene hanno tanto in comune, e tante differenze (31\/5\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Rosse, bellissime allegre: ciliegie e amarene hanno molte cose in comune, ma non sono lo stesso frutto. La differenza tra ciliegia e amarena, infatti, \u00e8 ben definita sia dal punto di vista botanico che da quello del gusto. Questo vuol dire che le ricette e le occasioni per gustare l\u2019una e l\u2019altra si moltiplicano in infinite possibilit\u00e0 sane e golose.<\/p>\n<p>Differenze botaniche: frutti e alberi di amarene e ciliegie. Seppur somiglianti e appartenenti alla stessa famiglia, i ciliegi e gli alberi di amarene sono differenti.<\/p>\n<p>Ciliegie e duroni, infatti, sono il frutto del Prunus Avium, anche conosciuto come ciliegio dolce, del quale esistono molte variet\u00e0. Solo in Italia se ne contano circa venti: la Moretta di Vignola IGP, le Ferrovia e la ciliegia di Marostica, solo per nominare le pi\u00f9 conosciute.<\/p>\n<p>Il Prunus Cerasus (ciliegio aspro), invece, \u00e8 la pianta che produce amarene, visciole e marasche. Ad uno sguardo attento, tra amarena e ciliegia ci sono anche differenze d\u2019aspetto: in genere le prime sono pi\u00f9 piccole e anche la tonalit\u00e0 di rosso, sempre bellissima, \u00e8 pi\u00f9 tenue e delicata inoltre tra amarene e ciliegie ci sono differenze di gusto e di consistenza.<\/p>\n<p>La ciliegia ha infatti polpa abbondante e succosa mentre l\u2019amarena \u00e8 pi\u00f9 soda e ha un sapore con toni pi\u00f9 aspri e amarognoli. Se le ciliegie sono ottime per torte morbide e focacce dolci, il gusto intenso dell\u2019amarena \u00e8 particolarmente indicato per realizzare sciroppi, liquori e confetture come il famoso Maraschino, o la marmellata di visciole, essenziale per preparare la crostata romana con la ricotta.<\/p>\n<p><strong>Amarena di Trofarello PAT &#8211; Prodotti Agroalimentari Tradizionali<\/strong><\/p>\n<p>Le amarene di Trofarello sono frutti freschi della specie Prunus Cerasus, a polpa acidula tenera e trasparente. Le amarene in lingua piemontese sono chiamate \u201cgriote\u201d.<\/p>\n<p>Nell\u2019areale del Pianalto, di cui abbiamo detto in articoli precedenti, sono per lo pi\u00f9 diffuse vecchie variet\u00e0 o cloni affermatisi localmente e coltivati secondo tecniche frutticole ecosostenibili o biologiche; le amarene sono raccolte al giusto grado di maturazione, scelte e confezionate secondo la normativa in vigore e secondo le richieste del mercato.<\/p>\n<p>Tra le variet\u00e0 affermatesi vi \u00e8 l\u2019amarena Marisa o Barbero che \u00e8 una cultivar di ciliegio acido con caratteri intermedi tra l\u2019amarena e la ciliegia dolce, con picciolo lungo con un frutto pi\u00f9 grosso dell\u2019amarena classica, di colore rosso scuro e sapore dolce-acidulo, con lieve retrogusto amarognolo. L\u2019amarena di Trofarello ha una maturazione ritardata rispetto alla ciliegia ed ai graffioni, tanto che la raccolta dei frutti dura fino alla met\u00e0 di luglio. Fra i limiti delle amarene di Trofarello vi sono quelli della sua non elevata resistenza alle manipolazioni ed alla conservazione e la vulnerabilit\u00e0 ad attacchi precoci di Ragoletis cerasi.<\/p>\n<p><strong>Zona di produzione: La zona di produzione \u00e8 limitata ai comuni di Trofarello e di Moncalieri (TO).<\/strong><\/p>\n<p>La storia: La coltivazione della ciliegia e dell\u2019amarena nelle Colline Torinesi si \u00e8 diffusa all\u2019inizio del Novecento in sostituzione, sia fisica dei vigneti rovinati dalla peronospora, sia reddituale per le famiglie degli agricoltori. Una notevole espansione della coltivazione ceresicola si \u00e8 poi avuta a seguito della distruzione dei vigneti da parte della filossera, comparsa nella collina torinese nel 1925.<\/p>\n<p>Mentre a Pecetto, all\u2019inizio del secolo, si sviluppava la coltivazione delle ciliegie dolci da tavola, a Trofarello si \u00e8 mantenuta la prevalenza originaria della coltivazione delle amarene con un proprio mercato specializzato nelle amarene e funzionante fino al 1989. La destinazione principale delle amarene di Trofarello, prima della chiusura del mercato specializzato, erano l\u2019Emilia Romagna, Genova ed alcune industrie alimentari locali. Le amarene di Trofarello erano ricercate in tutta Italia, tanto da attrarre compratori che venivano ad acquistare il prodotto anche da altre regioni. Secondo testimonianze orali dei produttori, negli anni dal 1950 al 1965, circa 300 \u201ccires\u00e8\u201d (raccoglitori di ciliegie e amarene, provenienti dalle zone montane o dalle colline limitrofe) venivano a Trofarello nella stagione della raccolta e si fermavano per circa un mese o un mese e mezzo.<\/p>\n<p>Italo Eynard e Roberto Paglietta in \u201cIndagine pomologica sulle cultivar di ciliegio della provincia di Torino\u201d, pubblicata negli Annali dell\u2019Accademia di Agricoltura di Torino, anno 1965, scrivono che l\u2019amarena \u201csi sta diffondendo in provincia di Torino, particolarmente nelle zone di Trofarello e Revigliasco ove costituisce circa l\u201980% dei nuovi impianti\u201d, poich\u00e9 \u201c\u00e8 cultivar molto produttiva e ricercata dall\u2019industria conserviera\u201d. Siccome non risulta che dopo il 1980 siano stati fatti nuovi impianti di alberi di amarene a Trofarello ed a Revigliasco, \u00e8 ipotizzabile che questa coltura sia destinata a contrarsi ulteriormente, acquisendo un carattere meramente familiare.<\/p>\n<p>Tutela legislativa: L\u2019amarena di Trofarello \u00e8 classificata come \u201cProdotto agroalimentare tradizionale del Piemonte\u201d, ai sensi dell\u2019art. 8 del D.lgs. 30 aprile 1998, n. 173, del Decreto Ministeriale n. 350 dell\u20198 settembre 1999. Data la delicatezza dei frutti che mal si prestano alla conservazione, alcune famiglie di produttori a partire dagli anni \u201870 decisero di organizzare un fiera che permettesse di vendere alla sera i frutti raccolti in giornata.<\/p>\n<p>La tradizione e\u2019 arrivata fino ai giorni nostri ed ogni anno in giugno a Trofarello ha luogo questo evento.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba Dalla Mesopotamia a Santena: <\/strong><strong>la storia di sua maest\u00e0 l\u2019Asparago (17\/5\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>A Santena va in scena la 90a Sagra dell\u2019asparago e quindi pensiamo sia utile conoscere alcuni aspetti dell\u2019Asparago Santenese e delle Terre del Pianalto, \u00e8 un tenero germoglio, dalle propriet\u00e0 essenziali esaltate dalla freschezza e velocit\u00e0 con le quali passa dal campo alle tavole. Il marchio di qualit\u00e0 (PAT prodotto Agroalimentare Tradizionale) certifica la provenienza con i dati della cascina che lo coltiva. L\u2019asparago \u00e8 forza della natura: \u00e8 il primo ortaggio a spuntare nell\u2019orto (tra fine marzo e inizio aprile) e si sa che non ama il vento, il freddo e la troppa umidit\u00e0. Quando c\u2019\u00e8 il giusto equilibrio climatico, la punta della gemma sotterranea in poche ore si fa largo nella terra sabbiosa e morbida puntando verso il\u00a0 cielo alla ricerca dei raggi solari. In due giorni il germoglio sar\u00e0 pronto: il contadino con delicatezza deve reciderlo sotto la linea del terreno per poi posarlo nel cesto. La specialit\u00e0 degli asparagicoltori di Santena sta nella maestria e nel tempismo con cui compiono l\u2019operazione e la filiera corta consente di portarlo in tavola nell\u2019arco di poche ore, massimo entro due giorni. Si dice che cos\u00ec, appena raccolto,\u00a0 amasse consumarlo il pi\u00f9 noto dei coltivatori ed estimatori dell\u2019asparago santenese: Camillo Cavour che a Santena ha la sua casa e la sua tomba. Il ciclo vitale di questo ortaggio \u00e8 intrecciato indissolubilmente con Cavour e Santena. Cavour ne apprezzava talmente tanto il germoglio da chiedere, nel 1847, ai migliori esperti di trovare il modo per garantirne prosperit\u00e0 e abbondanza sui propri terreni ed in tutta la zona. Da allora non sono sempre state rose e fiori: circa 20 anni fa un gruppo di santenesi coltivatori, preoccupati perch\u00e9 la produzione languiva e la redditivit\u00e0 calava, interpellarono i migliori specialisti perch\u00e9 intervenissero per restituire il prezioso ortaggio alle sue terre. Dopo tanto lavoro, esperienze e fatiche oggi il germoglio \u00e8 tornato in buona salute e fa onore alle tavole.<\/p>\n<p>UN PO\u2019 DI STORIA. Pare che la coltura dell\u2019asparago abbia avuto origine nella valle dell\u2019Eden (Mesopotamia), diffondendosi nell\u2019antico Egitto e in Asia Minore oltre 2000 anni fa, e poi in tutto il Mediterraneo. I Romani gi\u00e0 dal 200 a.C. lo citavano nei loro manuali. Il termine asparago deriva dal latino asparagus, a sua volta dal persiano asparag, cio\u00e8 germoglio. Dal XV secolo \u00e8 iniziata la coltivazione in Francia, per poi giungere nel XVI secolo all\u2019apice della popolarit\u00e0 anche in Inghilterra. Successivamente fu introdotto in Nord America prevalentemente per usi officinali. In Veneto l\u2019origine sembra risalire alla conquista da parte dei Romani. L\u2019utilizzo dei fusti sembra risalga al Cinquecento, allorch\u00e9, dopo una violenta grandinata che distrusse la parte aerea delle piante, cercando di salvare almeno la parte bianca che rimaneva sottoterra, ci si accorse che era anch\u2019essa molto buona. Alla forma fallica e al fatto che i turioni hanno una crescita velocissima si ricollega la credenza antica che gli asparagi siano un cibo afrodisiaco.<\/p>\n<p>CARATTERISTICHE NUTRIZIONALI. E\u2019 ricchissimo di Asparagina, uno degli amminoacidi che serve alla sintesi proteica di rutina che serve a rinforzare le pareti dei capillari e di Acido folico, che serve nel metabolismo del ferro e dell\u2019emoglobina. Ha un eccellente contenuto di fibre ma solo 25 Kcal\/100! Alcuni dei componenti dell\u2019asparago sono metabolizzati ed espulsi tramite l\u2019urina, dandole un tipico e forte odore da alcuni ritenuto sgradevole. Esso in particolare \u00e8 causato da alcuni prodotti di degradazione contenenti zolfo che per\u00f2 non sarebbero prodotti da tutti gli esseri umani.\u00a0 Infatti, secondo alcuni studi inglesi,\u00a0 la via metabolica che produce le molecole che determinano il caratteristico avviene solamente nel 40% delle persone.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba Inizia da Cambiano da debacle delle Brigate Rosse (3\/5\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Oltre alle storiche memorie, il Pianalto pu\u00f2 raccontare anche un episodio di grande rilevanza sconosciuto ai pi\u00f9 che ebbe luogo nella caserma dei Carabinieri di Cambiano.<\/p>\n<p>Febbraio 1980, sono gli anni cupi del terrorismo rosso; i brigatisti hanno rapito e ucciso Moro due anni prima, poi \u00e8 stata la volta del sindacalista Guido Rossa, del giudice Emilio Alessandrini, del giornalista Walter Tobagi, dell\u2019attacco alla Scuola di Amministrazione aziendale di Torino. Lo Stato, messo alle corde, si \u00e8 affidato al generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, posto a capo di una struttura investigativa speciale, e ha approvato una legge che garantisce sconti di pena a chi si dissocia dall\u2019eversione e collabora con la giustizia.<\/p>\n<p>Il 18 febbraio 1980 viene arrestato a Torino Patrizio Peci, membro della direzione strategica delle BR. Le opportunit\u00e0 offerte dalla legislazione si incontrano con un ripensamento avviato nell\u2019ultima fase della militanza, e Peci lascia intendere di essere disposto a collaborare.<\/p>\n<p>Bisogna per\u00f2 essere cauti molto cauti se si vuole che al primo \u201cbrigatista pentito\u201d ne seguano altri. Non si deve fallire e le cautele sono d\u2019obbligo.<\/p>\n<p>Per fare in modo che gli altri detenuti delle \u201cNuove\u201d non si accorgano della sua disponibilit\u00e0 a collaborare notandone l\u2019assenza (davanti ai magistrati i terroristi si dichiarano prigionieri politici e l\u2019interrogatorio finisce subito), Peci viene ufficialmente trasferito in un carcere delle Marche, sua regione d\u2019origine (nasce a San Benedetto del Tronto nel 1953) ma in realt\u00e0 viene portato nella caserma dei Carabinieri di Cambiano, dove avviene l\u2019incontro con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e il giudice Giancarlo Caselli.<\/p>\n<p>Quarantott\u2019ore di confessioni, tra innumerevoli caff\u00e8 per mantenersi lucidi, appunti di nomi e circostanze, verbali redatti. Il pentito \u00e8 preciso, \u00e8 addentro alla struttura verticistica delle BR e conosce molto bene meccanismi, uomini, azioni. Le sue rivelazioni permettono di infliggere un colpo durissimo all\u2019organizzazione brigatista: nelle settimane successive vengono smantellate le colonne di Genova e Torino, arrestati 66 terroristi, fermato Roberto Sandalo (che a sua volta collabora permettendo di identificare 72 militanti di Prima Linea).<\/p>\n<p>Il terrorismo rosso sconfitto a Cambiano, nel Pianalto? Affermarlo sarebbe una forzatura: ricordare l\u2019episodio significa per\u00f2 far luce su un momento decisivo della battaglia tra la legalit\u00e0 democratica e l\u2019eversione brigatista. Come ricorda Giancarlo Caselli, \u201cle 48 ore di interrogatorio a Cambiano hanno segnato davvero una svolta\u201d.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba Tullitullitullipan, arriva dall\u2019Asia il \ufb01ore simbolo del Pianalto ( 5\/4\/2023)<\/strong><\/p>\n<p><em>Messer Tulipano 2023 torna al Castello di Pralormo per una nuova grande edizione, la ventiduesima della sua storia. Si rinnova dunque anche per il 2023 l\u2019appuntamento con la manifestazione floreale che si svolge dal 1\u00b0 aprile al 1\u00b0 maggio 2023. Come ogni primavera, nella splendida tenuta nobiliare, ad appena trenta chilometri da Torino sbocceranno oltre 100.000 tra tulipani e narcisi che daranno il benvenuto alla bella stagione nel parco progettato nel XIX secolo da Xavier Kurten, architetto di corte e autore dei pi\u00f9 importanti giardini delle residenze sabaude.<\/em><\/p>\n<p><strong>Cosa sappiamo dei tulipani?<\/strong><\/p>\n<p>Il loro nome deriva dal turco t\u00fclbent, \u201cturbante\u201d, per la forma che il fiore sembra rappresentare e che ha avuto origine nei monti del Pamir e nelle montagne dell\u2019Hindu Kush e del Tien Shan (Asia centrorientale); si \u00e8 esteso poi al Nordafrica, Grecia, Balcani, Turchia, Siria, Israele, Territori Palestinesi, Libano, Giordania, Iran. A nord \u00e8 arrivato fino all\u2019Ucraina e alla Siberia e Mongolia, ad est si \u00e8 spinto fino in Cina.<\/p>\n<p>Ebbe una grande popolarit\u00e0 in Turchia nel XVI secolo durante il regno di Solimano il Magnifico, che lo volle sviluppare in numerose variet\u00e0 che impiant\u00f2 ovunque nei territori del suo regno. Fu portato per la prima volta in Europa nel 1554 dal fiammingo Ogier Ghislain de Busbecq, ambasciatore di Ferdinando I alla corte di Solimano il Magnifico, che ne sped\u00ec alcuni bulbi al botanico Carolus Clusius, responsabile dei giardini reali olandesi. La sua coltivazione nei Paesi Bassi inizi\u00f2 all\u2019incirca a partire dal 1593. I tulipani divennero cos\u00ec rapidamente una merce di lusso e uno status symbol e crebbero rapidamente di prezzo. Dai loro scambi commerciali nacque tra il 1634-37 la prima bolla speculativa documentata della storia del capitalismo, la famosa bolla dei tulipani, che esplose il 5 febbraio 1637.<\/p>\n<p>I territori del Pianalto sono particolarmente adatti alla coltivazione di questo fiore che necessita di terreni sabbiosi, arricchiti con compost e ben drenati. I bulbi (interrati a circa 10-20 centimetri di profondit\u00e0 e distanti tra loro 15-20 centimetri), devono essere annaffiati ogni due o tre giorni nei periodi in cui non si verificano piogge, evitando sempre la formazione di ristagni d\u2019acqua. Le piante di tulipani non hanno bisogno di particolari cure e non vengono facilmente attaccate da parassiti, ma temono le muffe, che possono farle marcire; fioriscono a partire dalla primavera.<\/p>\n<p>La bolla dei tulipani o tulipomania \u00e8 stata una bolla speculativa sui prezzi dei bulbi dei fiori scoppiata nell\u2019economia olandese del Seicento, forse la prima documentata nella storia del capitalismo. Nella prima met\u00e0 del XVII secolo, nei Paesi Bassi la domanda di bulbi di tulipano raggiunse un picco cos\u00ec alto che ogni singolo bulbo di tulipano raggiunse prezzi enormi (sopra a 200 fiorini olandesi); questo straordinario livello dei prezzi cal\u00f2 drasticamente in breve tempo.<\/p>\n<p>A partire dal 1636, il bulbo di tulipano divent\u00f2 il quarto principale prodotto di esportazione dei Paesi Bassi dopo gin, aringhe e formaggio. Il prezzo sal\u00ec alle stelle a causa della speculazione fra coloro che non avevano mai visto i bulbi. Molte persone ottennero e persero la loro fortuna da un giorno all\u2019altro.<\/p>\n<p>Forse pochi sanno che il tulipano \u00e8 il simbolo delle relazioni perfette ed equilibrate, innalzandosi quindi a simbolo di vero amore. Questo perch\u00e9, secondo un\u2019antica leggenda, il tulipano nasce dalle gocce di sangue di un uomo, Ferhad, che si tolse la vita per amore di una donna.<\/p>\n<p><strong>Quali tulipani regalare? <\/strong><\/p>\n<p>Chi regala tulipani bianchi vuole chiedere perdono.<\/p>\n<p>I tulipani gialli: portano con s\u00e9 la volont\u00e0 di illuminare una giornata con un sorriso.<\/p>\n<p>I tulipani variegati nel linguaggio dei fiori sono un complimento per la bellezza degli occhi di chi li riceve.<\/p>\n<p>I tulipani rosa: simboleggiano l\u2019amore affettuoso e fraterno.<\/p>\n<p>Il tulipano nero indica passione, sensualit\u00e0 ed erotismo. Come regalo floreale, i tulipani neri sono quindi riservati solo alle coppie che provano principalmente affetto sensuale l\u2019uno per l\u2019altro.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba Ciliegi, peri, gelsi <\/strong><strong>piante emblematiche (22\/3\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Il Pianalto \u00e8 un territorio ricco di vegetazione e come tale favorisce la coltivazione di alcuni alberi, che offrono frutti particolari, che connotano l\u2019area in cui viviamo.<\/p>\n<p>A Pecetto, Revigliasco e Valle Sauglio c\u2019\u00e8 \u201cciliegia\u201d, che ha avuto un passato tormentato a causa della \u201cperon\u00f2spora\u201d, una malattia delle piante che nel 1899 si abbatte sui vigneti di freisa: un fungo che attacca i pampini e i grappoli, e che le conoscenze scientifiche dell\u2019epoca non riescono in nessun modo a contrastare, distrugge nel giro di due\/tre stagioni la tradizionale risorsa agricola del territorio.<\/p>\n<p>Che fare? I contadini si riuniscono con gli uomini di riferimento della comunit\u00e0 (parroci, sindaci, notabili) e studiano soluzioni. C\u2019\u00e8 chi propone di tornare all\u2019antico e sostituire le viti con i gelsi sviluppando l\u2019allevamento dei bachi da seta; qualcun altro, pi\u00f9 attento all\u2019evoluzione del mercato, suggerisce le piantagioni di pere, richieste per la preparazione della caratteristica grappa profumata e dei vini aromatici (proprio a Pecetto, nel 1757, la famiglia Cinzano aveva iniziato l\u2019attivit\u00e0 di distillazione). Nessuna soluzione persuade: l\u2019allevamento dei bachi da seta suscita dubbi commerciali perch\u00e9 ha gi\u00e0 altri centri di produzione nell\u2019area torinese; la grappa alle pere scatena invece diffidenze morali perch\u00e9 pare un incentivo all\u2019alcolismo.<\/p>\n<p>La soluzione arriva dall\u2019impegno del giovane avvocato pecettese Mario Mogna e del dinamico viceparroco don Michele Marchetti: puntare su una coltivazione agricola esclusiva, trasformando la collina in una grande piantagione di ciliegi. Il terreno \u00e8 adatto e la storia passata conforta: nel XVII secolo il ciliegio acido selvatico o amarena (la \u201cgriota\u201d) era abbondante all\u2019Eremo e i padri Camaldolesi lo utilizzavano sia per il consumo diretto, sia per ricavare dai gambi essiccati un rimedio contro la ritenzione d\u2019urina.<\/p>\n<p>L\u2019orientamento dell\u2019avvocato Mogna e di don Marchetti trova sostegno nella politica agricola di Giovanni Giolitti (presidente del Consiglio dal 1902 al 1914) che promuove la diffusione di colture specializzate a reddito certo. Il dinamismo dei promotori e la loro capacit\u00e0 di persuasione, uniti ai sostegni statali, convincono la maggior parte dei piccoli proprietari terrieri a piantare ciliegi e la scommessa si rivela vincente.<\/p>\n<p>Nel 1911, in occasione dell\u2019Esposizione Universale di Torino per il 50\u00b0 dell\u2019Unit\u00e0 d\u2019Italia, ragazze in costume offrono ciliegie \u201cin composta\u201d ai visitatori che si aggirano tra i padiglioni del Valentino; la citt\u00e0 diventa presto un mercato che assorbe quantit\u00e0 significative del nuovo prodotto; nel 1915 il Consiglio Comunale di Pecetto decide di regolamentare la vendita e stabilisce un mercato a ora fissa nella piazza antistante la Chiesa. In quindici anni, dal flagello della peron\u00f2spora si passa cos\u00ec alla celebrazione della ciliegia di Pecetto (e subito dopo dell\u2019amarena di Valle Sauglio-Trofarello).<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba I personaggi illustri della storia tra il profano e il sacro (8\/3\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Uno sguardo retrospettivo permette di rintracciare un denominatore comune: nel corso del XIX secolo il Pianalto \u00e8 stata la terra della \u201cmodernit\u00e0 politico-sociale\u201d piemontese (e, dunque, italiana), perch\u00e9 \u00e8 stata la terra dei \u201cpadri fondatori\u201d dell\u2019unit\u00e0 nazionale e la terra dei \u201csanti sociali\u201d: i primi hanno realizzato il processo del Risorgimento (modernizzazione politica), i secondi hanno affrontato il problema dell\u2019aggregazione del tessuto sociale in epoca di industrializzazione (modernizzazione sociale). Lo sforzo rivolto a creare un\u2019identit\u00e0 del Pianalto deve dunque partire da queste due chiavi di lettura.<\/p>\n<p>PADRI FONDATORI<\/p>\n<p>La figura centrale \u00e8 ovviamente Camillo CAVOUR, che la storiografia dell\u2019ultimo ventennio sta indagando e rivalutando nel carattere multiforme della sua attivit\u00e0: imprenditore agricolo, diplomatico di respiro europeo, statista capace di progettare il futuro, laico senza essere anticattolico. Attorno a lui vanno per\u00f2 riscoperti e valorizzati personaggi a diverso titolo legati al Pianalto: PROSPERO BALBO (1762-1837), chierese, ministro, presidente perpetuo dell\u2019Accademia delle Scienze e della Regia Deputazione di Storia Patria; il figlio CESARE BALBO (1789-1853), presidente del Consiglio nel 1848, fondatore con Cavour de\u2019 \u201cIl Risorgimento\u201d.<\/p>\n<p>FAMIGLIA THAON DI REVEL DI SANT\u2019ANDREA, legati a Ternavasso e Poirino, con i conti GIUSEPPE (1756-1820), primo comandante dei Reali Carabinieri, OTTAVIO (1803-1868), cofirmatario dello Statuto Albertino, PAOLO (1856-1948), il Grand\u2019Ammiraglio della Grande Guerra consigliere e amico del re Vittorio Emanuele III.<\/p>\n<p>CONTI DI PRALORMO, tra cui CARLO BERAUDO (1784-1855), diplomatico negoziatore della pace con l\u2019Austria nel 1849, ed EMANUELE (1887-1960), generale e cavaliere, vincitore a Parigi nel 1924 di una delle prime medaglie olimpiche italiane Pecetto nella villa Nigra (ora villa Sacro Cuore), talvolta con Virginia Oldoioni CONTESSA DI CASTIGLIONE (1837-1899).<\/p>\n<p>LUIGI MAROCCO, noto come FRATE GIACOMO da Poirino (1808-1885), confessore di Cavour. GLI ALFIERI DI SOSTEGNO e i VISCONTI VENOSTA, in stretta relazione con Camillo Cavour.<\/p>\n<p>SILVIO PELLICO, ospite spesso a Pecetto nella villa Talucchi-Pallavicini con l\u2019attrice di teatro Teresa Bartolozzi \u201cGegia\u201d.<\/p>\n<p>Accanto ai personaggi vanno valorizzati i \u201cmomenti\u201d: in questo senso sono centrali il \u201cPROCLAMA DI MONCALIERI\u201d del 1849 (e tutte le presenze politicamente significative nel castello), i FUNERALI DI CAVOUR a Santena nel 1861, gli amori nel castello di Moncalieri tra Vittorio Emanuele II e Rosa Vercellana \u201cBela Rosin\u201d e quelli tra Laetitita Bonaparte (figlia di Clotilde di Savoia e Gerolamo Bonaparte) e il filosofo tedesco Nietzsche nel 1888-89, la presenza di Vittorio Emanuele III a Ternavasso nel giugno 1940 durante la campagna di Francia.<\/p>\n<p>SANTI SOCIALI<\/p>\n<p>La figura centrale \u00e8 GIOVANNI MELCHIORRE BOSCO meglio noto come DON BOSCO (1815-1888) di Castelnuovo, fondatore dei Salesiani e all\u2019origine di un orientamento pedagogico volto ad istruire i figli delle classi pi\u00f9 umili per trasformarli non solo in cattolici osservanti, ma in \u201ccittadini\u201d consapevoli dei propri doveri e diritti.<\/p>\n<p>GIUSEPPE BENEDETTO COTTOLENGO (1756-1842), nato a Bra e morto a Chieri (dove si \u00e8 ritirato in casa del fratello sacerdote), fondatore della \u201cPiccola casa della Divina Provvidenza\u201d per assistere i malati indigenti GIUSEPPE CAFASSO (1811-1860), come Don Bosco originario di Castelnuovo, conosciuto come il \u201cprete della forca\u201d per l\u2019assistenza fornita a condannati e carcerati.<\/p>\n<p>GIUSEPPE ALLAMANO (1851-1926), anch\u2019egli di Castelnuovo, rettore del Santuario della Consolata e fondatore dell\u2019\u201cIstituto Missioni della Consolata\u201d attivo in Paesi africani e sudamericani.<\/p>\n<p>Monsignor GIUSEPPE MARELLO (1844-1895), cresciuto a San Martino a Alfieri, fondatore della congregazione degli Oblati di San Giuseppe e vescovo di Acqui.<\/p>\n<p>DOMENICO SAVIO (1842-1857), di Riva di Chieri, allievo preferito di Don Bosco, canonizzato nel 1954.<\/p>\n<p>Accanto ai Santi Sociali originari del territorio, possono essere valorizzate altre due figure strettamente legate a Don Bosco: LEONARDO MURIALDO (1828-1900), originario di Torino ma stretto collaboratore di Don Bosco nella creazione dei primi oratori e fondatore del \u201cCollegio degli Artigianelli\u201d.<\/p>\n<p>SUOR MARIA DOMENICA MAZZARELLO (1837-1881), originaria di Mornese (AL) ma stretta collaboratrice di Don Bosco, fondatrice della Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>Quando 10.000 anni fa la temperatura s\u2019innalz\u00f2&#8230; (22\/2\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Il Pianalto di Poirino e la Collina Chierese formano l\u2019unico bacino idrografico in sponda destra del Po che non \u00e8 alimentato da acque provenienti da torrenti e fiumi alpini o appenninici. Dal fatto di dipendere dalle sole precipitazioni atmosferiche derivano gli storici problemi di carenza d\u2019acqua di questo territorio ai quali si \u00e8 sopperito costruendo invasi, peschiere, canali, fossi e numerosi pozzi che pescano nelle falde acquifere sotterranee.<\/p>\n<p>Quando circa 10.000 anni fa ci fu un periodo di innalzamento della temperatura terrestre, lo scioglimento del ghiacciaio, che dalle Alpi si estendeva fino alla collina di Moncalieri costituendo una gigantesca barriera delimitante il territorio con la sua idrografia, determin\u00f2 l\u2019assetto territoriale che la provincia di Torino ancora oggi conosce. Numerose specie animali e vegetali si estinsero, la preziosa acqua del Po cambi\u00f2 direzione tracimando le sue acque sulle terre del torinese aggirando per\u00f2 la collina chierese. Quei pochi metri di dislivello tra Villanova e Santena fecero la differenza perch\u00e9 consentirono all\u2019attuale fiume Banna di scorrere da Est a Ovest, mentre il Po scorre da Ovest a Est.<\/p>\n<p>Il Pianalto, caratterizzato da terre argillose alternate da strisce di finissime sabbiose racchiuse tra la Collina Chierese, il Monferrato, il Roero lentamente prese forma, modellato dalle acque della Banna e dei suoi affluenti.<\/p>\n<p>Da una radicale trasformazione naturale, dovuta al cambiamento climatico, nasceva cos\u00ec il nucleo centrale del territorio che corrisponde grosso modo oggi al Distretto del Cibo.<\/p>\n<p>L\u2019argillosit\u00e0 e sabbiosit\u00e0 del terreno favoriscono la crescita e la maturazione di alcuni ortaggi rispetto ad altri caratterizzando cos\u00ec dal punto di vista agroalimentare quest\u2019area che, pur caratterizzata da numerosi elementi si similitudine e connettivit\u00e0, pare non esserne consapevole.<\/p>\n<p>IL BANNA<\/p>\n<p>Il Banna \u00e8 un torrente che scorre nelle provincie di Asti e di Torino. Affluente di destra del fiume Po, si getta in esso appena a monte della confluenza in quest\u2019ultimo del Tepice.<\/p>\n<p>Tepice e Banna, anche se hanno bacini idrograficamente indipendenti, per la loro vicinanza e per le caratteristiche geografiche simili vengono spesso analizzati insieme nei documenti ufficiali di pianificazione idrica.<\/p>\n<p>Percorso<\/p>\n<p>Il Banna, dal quale prende il nome la magnifica tenuta dei marchesi Spinola sita al confine tra Poirino e Villanova d\u2019Asti, nasce a circa 300 m s.l.m. da un ramo chiamato Rio Bannetto, sorgente che sgorga tra le colline di Buttigliera d\u2019Asti. A Sud raggiunge Villanova d\u2019Asti dove transita nei pressi dell\u2019uscita dell\u2019autostrada Torino-Piacenza, poi deviando verso Ovest, arriva in provincia di Torino. Appena a Nord di Poirino riceve da l\u2019apporto del Rioverde e, attraversato l\u2019abitato di Santena, scorre tra i Comuni di Cambiano, Moncalieri e Villastellone dove riceve l\u2019importante apporto idrico dal Rio Stellone.<\/p>\n<p>Confluisce infine nel Po poco a Sud di Bauducchi.<\/p>\n<p>Elementi critici<\/p>\n<p>Il corso del torrente \u00e8 particolarmente inquinato. L\u2019indice di Stato Ambientale del Corso d\u2019Acqua (SACA) nel 2002 \u00e8 stato rilevato come \u201cscadente\u201d nelle stazioni di rilevamento di Poirino e di Moncalieri, e l\u2019ittiofauna risulta quasi assente per gran parte del suo corso. Il Banna ha anche causato vari eventi alluvionali: l\u2019ultimo nel 1994 quando il torrente ha invaso varie zone di Poirino e Santena, provocando anche un decesso.<\/p>\n<p>Sono terminati poco pi\u00f9 di due anni fa i lavori di messa in sicurezza dal rischio eventi alluvionali decisi dalle autorit\u00e0 locali all\u2019indomani dell\u2019alluvione.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong>\u25ba Luogo ricco di eccellenze ma ancora poco conosciuto (8\/2\/2023)<\/strong><\/p>\n<p>Pianalto, potremo dire, questo sconosciuto. Il toponimo ha sicuramente un significato per chi vi \u00e8 nato e cresciuto; per quelli (e sono molti) che in questo territorio si sono trasferiti nel corso degli anni \u00e8 un termine spesso orecchiato ma raramente contestualizzato; per tutti gli altri, invece, \u00e8 una definizione geografIca senza riferimenti chiari.<\/p>\n<p>A differenza di quanto accade per le Langhe, il Roero o il Monferrato, che nell\u2019immaginario collettivo rinviano a realt\u00e0 specifiche, il Pianalto non evoca n\u00e9 un ambiente agricolo, n\u00e9 una tradizione storica, n\u00e9 una caratteristica enogastronomica.<\/p>\n<p>Eppure il Pianalto esiste. Il territorio esteso tra la periferia sudoccidentale di Torino, un quadrilatero irregolare con i vertici a Carmagnola, Pralormo, Moncalieri e Chieri, costituisce un\u2019area ricca di colture d\u2019eccellenza, omogenea dal punto di vista ambientale, attraversata da memorie e tracce di un passato dinamico. Ci\u00f2 che gli manca \u00e8 la \u201criconoscibilit\u00e0\u201d: si conoscono le singole realt\u00e0 cittadine, ma non l\u2019insieme. \u201cCostruire il Pianalto\u201d, ecco lo sforzo all\u2019interno del quale si inserisce questa rubrica: \u201ccostruirlo\u201d nel senso di rintracciarne gli elementi connettivi, le caratteristiche orografiche-naturali-territoriali, le produzioni agricole, l\u2019identit\u00e0 storico-culturale ereditata dal passato.<\/p>\n<p>Non si tratta di un\u2019operazione estemporanea: la creazione del \u201cDistretto del cibo\u201d rappresenta, sotto il profilo produttivo e commerciale, un passo impor- tante nella stessa direzione.<\/p>\n<p>La rubrica pu\u00f2 offrire spunti nuovi: elementi di conoscenza, curiosit\u00e0, profili di personaggi.<\/p>\n<p>Nella percezione comune un territorio esiste come realt\u00e0 definita solo in quanto sa raccontarsi. Al \u201cPianalto\u201d tutto questo \u00e8 mancato.<\/p>\n<p>Poteva essere conosciuto come la terra di Cavour; oppure come la terra dei santi sociali; oppure come la terra dei peperoni, degli asparagi, delle ciliegie; op- pure come la terra della prima ferrovia piemontese.<\/p>\n<p>Oppure pu\u00f2 sforzarsi di farsi conoscere oggi come l\u2019insieme di tutti questi elementi. L\u2019identit\u00e0 \u00e8 sempre il frutto di stratificazioni nelle quali si sommano gli sforzi di molte generazioni, ognuna delle quali apporta il contributo legato al suo tempo e alle sue sfide. Non si tratta di inventare nulla: si tratta semplicemente di leggere il nostro territorio, imparando insieme a conoscerlo e a farlo conoscere.<\/p>\n<p><strong>Antonella Pannocchia<\/strong><\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><a href=\"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-content\/uploads\/sites\/3\/2023\/02\/antonella-pannocchia.jpg\"><img alt=\"Luogo ricco di eccellenze ma ancora poco conosciuto\" title=\"Luogo ricco di eccellenze ma ancora poco conosciuto\" loading=\"lazy\" class=\"size-full wp-image-53746\" src=\"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-content\/uploads\/sites\/3\/2023\/02\/antonella-pannocchia.jpg\" alt=\"\" width=\"211\" height=\"276\" \/><\/a><\/p>\n<p><strong>Chi \u00e8 Antonella Pannocchia<\/strong><\/p>\n<p><em>Antonella Pannocchia \u00e8 una studiosa e un\u2019appassionata del territorio. E\u2019 laureata in Biologia, con specializzazioni in Biochimica Clinica, in Patologia Generale e in Igiene di Sanit\u00e0 pubblica e territorio. E\u2019 stata direttore del Dipartimento Torino di Arpa Piemonte.<\/em><\/p>\n<p><em>E\u2019 docente di biochimica dell\u2019alimentazione, presso scuola per dietisti Molinette, e Docente di igiene del territorio, delle acque e degli alimenti all\u2019Universit\u00e0 di Torino.<\/em><\/p>\n<p><em>E\u2019 stata relatrice a convegni nazionali e internazionali; \u00e8 autrice di numerosi articoli sulla sostenibilit\u00e0 ambientale.<\/em><\/p>\n<p><em>Ha raccolto l\u2019invito a collaborare dalla direzione de il Mercoled\u00ec e da questa settimana, con cadenza, quindicinale, tratter\u00e0 temi sul territorio del Pianalto.<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"","protected":false},"author":4,"featured_media":51595,"comment_status":"open","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":[],"categories":[643],"tags":[],"news-destination":[],"news-source":[],"is_homepage":[581],"ta_other":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/51596"}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/users\/4"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/comments?post=51596"}],"version-history":[{"count":9,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/51596\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":60940,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/posts\/51596\/revisions\/60940"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/media\/51595"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=51596"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=51596"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=51596"},{"taxonomy":"news-destination","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/news-destination?post=51596"},{"taxonomy":"news-source","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/news-source?post=51596"},{"taxonomy":"is_homepage","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/is_homepage?post=51596"},{"taxonomy":"ta_other","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.ilmercoledi.news\/ilmercoledi\/news\/wp-json\/wp\/v2\/ta_other?post=51596"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}